La narrazione politica – Frammento #1 La rete, i big data, la conoscenza degli strumenti

Il ritardo è di almeno una decina di anni. Dobbiamo arrivare a febbraio del 1977, dopo gli altri paese europei simili al nostro. Oggi, a pensarci, può far sorridere ma esisteva in Italia un fronte politico ampio composto da pezzi della Democrazia Cristiana, passando per i repubblicani e socialisti, arrivando ai comunisti che era contraria alla televisione a colori. Ugo La Malfa insieme alla CGIL contro i colori della tv.

La seconda parte degli anni Novanta, invece, li ricordiamo soprattutto, su questo fronte, come il momento della critica alla televisione come lo strumento di potere del berlusconismo. Il piccolo schermo, si diceva, è la causa principale della degenerazione culturale e politica del nostro paese.

E poi arriviamo a Mark Zuckerberg, il papà del social network più famoso: Facebook. Oggi sui social, sulla rete in generale e sull’uso delle piattaforme si è aperto un nuovo fronte: l’origine di nostri mali – l’accusa di populismo come mantra – è internet che ha peggiorato le persone, la politica, la comunicazione.

C’è come un pregiudizio lungo decenni che produce nella politica, a sinistra soprattutto, un’ostilità verso le nuove tecnologie della comunicazione. Difficilmente le si capisce, spesso le si accusa di essere agenti di una degenerazione culturale, quando le si comincia a usare per “fare politica” è troppo tardi e, soprattutto, non le si maneggia con cura sfruttandone le vere potenzialità.

Ecosistemi digitali
«I social non sono un luogo di discussione e di scambio, sono uno spazio di polarizzazione. L’errore è pensare di fare il dibattito sui social», così Cristopher Cepernich, ricercatore di comunicazione politica all’Università di Torino. Per dire che ogni mezzo di comunicazione ha le sue regole, funziona secondo certe razionalità, se lo utilizzi in maniera errata sprechi tempo e denaro. Ma il digitale, sempre secondo Cepernich, non impatta sul complesso rapporto tra comunicazione e consenso come un ulteriore media. “Il digitale è un nuovo ambiente, è un ecosistema che cambia la relazione tra media già esistenti come la tv e i giornali. Ibrida i canali comunicativi. Cambia le regole del gioco, impone un nuovo paradigma».

Nella politica, soprattutto a sinistra, l’atteggiamento pregiudiziale ha dapprima portato a non capire e non utilizzare le rete per le sue potenzialità. Quando poi l’uso è diventato inevitabile (lo “strumento irrinunciabile”), si è gettata nella mischia senza professionalità. E senza comprendere due elementi fondamentali: l’ibridazione dei canali della comunicazione di cui si è detto e il contesto di saturazione comunicativa in cui viviamo dove internet gioca un ruolo importante. Se a quest’ultimo aspetto aggiungiamo che la politica, anche per la scarsa fiducia che gode tra i cittadini, è di per sé un messaggio respingente e poco desiderabile (come le interruzioni pubblicitarie durante un film), si fatica a capire quale strategia imponga alla forze politiche di bombardare di contenuti le persone (sui social in particolare) con aggravante intensità durante le campagne elettorali. In molti i casi i silenzi, in un contesto di rumore di fondo perenne, sarebbero molto più efficaci.

Ti convincerò con la forza delle mie idee
“Guarda che con 200 euro mio cugino ce lo può fare un bel sito e la pagina Facebook». È la frase manifesto della poca attenzione che si presta, spesse volte, alla qualità della comunicazione. Prevale, come per il dato dell’innovazione delle tecnologie, un pregiudizio lungo almeno mezzo secolo: l’idea che la comunicazione sia un orpello, a volte sacrificabile, rispetto alle idee e alla strategica politica. Un atteggiamento che ha dietro un’impostazione per cui i contenuti della politica e il modo in cui li comunichi siano due momenti separati e distinti. Senza scomodare il McLuhan che ci ha fatto capire che «il medium è il messaggio», per cui le due cose non possono andare separate, l’idea che ci si debba affidare a dei professionisti della comunicazione per garantire un’efficacia della stessa, è un’ovvietà che a sinistra continua a non essere tale.

Inoltre, nonostante numerose ricerche, ci si ostina a credere che la comunicazione politica sia il luogo dell’argomentazione razionale. Ma il punto non è solamente dimostrare di avere più ragioni del tuo avversario ma essere in grado di attivare delle dimensioni emotive nella tua narrazione politica. Aspetti non razionali impattano largamente sui processi di formazione del consenso. Riuscire a definire le cornici di senso, e non subirle, è una lezione che le destre hanno meglio compreso.

Dimmi i tuoi dati ti dirò cosa vuoi
L’uso non consapevole degli strumenti non permette di sfruttarne a pieno le potenzialità. La profilazione dei dati degli utenti che in rete offrono gratuitamente moltissime informazioni su di sé, si porta dietro, in parte giustamente, un’aurea negativa. Questo perché subito si pensa al suo utilizzo per fini commerciali o, se restiamo in politica, all’impiego, dal sapore complottista, per controllare le persone e manipolare le loro opinioni. Invece un possibile uso intelligente, ed etico, dei dati rappresenta un utile alleato nel definire strategie comunicative efficaci. Viviamo l’era della profilazione continua ogni qual volta stiamo al computer e sui nostri smartphone, ciò permette di conoscere legalmente le opinioni, gli interessi e alcune “abitudini sociali” delle persone. Un patrimonio di informazioni che offre la possibilità di personalizzare i messaggi, di arrivare direttamente a chi è sensibile alla tua proposta senza spreco inutile di energie e senza alimentare ulteriormente il caos comunicativo.

Le dinamiche di disintermediazione che offre il digitale permettono di gestire con maggior coinvolgimento le proprie comunità di riferimento. Mentre la retorica del disintermediare, sempre secondo Cepernich, non dovrebbe prevalere nel momento in cui vuoi raggiungere comunità e persone verso cui non hai relazione diretta o dove non condividi le medesime affinità elettive. In quei casi il ruolo di figure di intermediazione è fondamentale e necessario. Anche su questo versante un uso intelligente e consapevole di nuove tecnologie comunicative abilita ognuno a un potenziale ruolo di “creatore di consenso” intorno a delle proposte politiche. A patto che, come sul resto, non ci si improvvisi. La comunicazione, compresa quella politica, necessità di professionalità adeguate. Magari con 200 euro ci pensa vostro cugino, ma probabilmente vi voterà solo vostro cugino.

 

Ogni riferimento a persone e idee è voluto. I contenuti di questo articolo traggono esplicita ispirazione dall’intervento di Christopher Cepernich all’incontro di Politix “Costruire la narrazione politica” di venerdì 16 novembre 2018. La ricostruzione, la cornice di senso, le opinioni di fondo sono responsabilità di chi ha curato l’articolo.
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