La narrazione politica – Frammento #2 La rivoluzione contro la scienza, la crisi delle istituzioni, l’era dei complotti

Il medico Roberto Burioni si è fatto conoscere per la sua battaglia, combattuta prevalentemente sul suo personale profilo-trincea sui social network, contro i cosiddetti “antivaccinisti”. Nei mesi è diventato un paladino del fronte proscienza tale da spingere Matteo Renzi a offrirgli la candidatura per un seggio alle scorse politiche, offerta poi rifiutata. Nelle ultime settimana invece il nome di Burioni è diventato una nuova categoria, a forgiarla il candidato outsider alle primarie per la segreteria dei democratici Dario Corallo. «Come un Burioni qualsiasi» è diventato il sinonimo, per il militante PD, di un atteggiamento che tende a «umiliare» e «bulleggiare» chi esprime dei dubbi.

L’intervento non poteva che suscitare polemiche anche perché tira in ballo il complesso rapporto tra scelte politiche e conoscenze scientifiche, il rapporto tra il sapere esperto degli intellettuali contro il sapere cosiddetto non esperto delle persone comuni. Da un lato chi per professione studia, elabora e rielabora conoscenza; dall’altro cittadini, di norma scolarizzati ma non professionisti del tema, che tendono a mettere in discussione gli assunti scientifici.

Viviamo un’era di crisi delle istituzioni a tutti i livelli e di messa in discussione di quasi tutte le élite. Un fenomeno che riguarda anche i luoghi formali della conoscenza e del sapere codificato. La crisi di fiducia nelle istituzioni è diffusa e porta dubitare sempre più persone dell’autorevolezza delle opinioni e dell’onestà intellettuale degli esperti che le rappresentano. Sono anni d’oro per le teorie complottiste, amplificate, ma non generate, dai social network.

Capovolgere con cura
Con spirito di radicalismo democratico si può guardare a queste tendenze come a una messa in discussione dal «basso» dei vari tipi di «alto». Questa dinamica può essere valutata positivamente quando l’oggetto del contendere riguarda le scienze sociali, ovvero quelle scienze che dipendono strettamente anche dallo sguardo politico e dagli obiettivi che sottendono. Per dirla diversamente: veder messi in discussione alcuni assunti di una falsa scienza come l’economia, può rappresentare un boccata d’aria fresca. Per alcuni ciò potrà sembrare una bestemmia ma l’economia non è una scienza, nel senso comunemente inteso. Appartiene invece alla famiglia delle scienze sociali legate a filo doppio al tipo di premesse e desiderata sociali e politici di chi guarda.

In questo senso, con questa angolazione, il «abbiamo elevato a scienza assoluta quelle che sono scelte politiche» o abbiamo guardato il mondo da parte «dell’1%» di Dario Corallo, al di là dell’enfasi retorica, s’inscrive nella tradizione democratica di messa in discussione del potere, ivi compreso le conoscenze che s’impegna a diffondere.

Più complessa, e irta e di ostacoli, è la strada che porta ad allargare questo discorso alle conoscenze scientifiche strettamente intese. È il caso dei vaccini. Anche qua, nessun “sincero democratico”, come si usa dire, è così ingenuo da credere che non vi siano influenze di importanti interessi economici anche nelle questioni della scienza. Un sano sguardo critico è capace di considerare le influenze dei finanziamenti a una parte della ricerca scientifica, così come sa comprendere che la riduzione generalizzata dei fondi per ricerca pubblica può rappresentare un problema per ottenere in futuro una conoscenza “al di sopra delle parti”. Ma ciò che sta avvenendo è qualcosa che va molto oltre l’espressione di un salutare spirito critico.

Assistiamo infatti all’equiparazione, in una distorta idea democratica che travalica in demagogia, tra il peso dell’opinione (sempre contestabile per carità) di persone che hanno dedicato anni di studi per esprimere del sapere all’interno di una comunità scientifica che ne vaglia la validità secondo criteri condivisi, e quella di chiunque abbiamo letto qualche articolo linkato da siti internet alla rinfusa. Quello che preoccupa inoltre è l’assenza di un terreno comune sulla base del quale affrontare un dibattito informato. Vale tutto, quindi nulla vale per davvero.

Nimbo
I saperi esperti vengono visti, secondo il ricercatore dell’Università di Torino Giuseppe Tipaldo , come «agenti patogeni da cui difendersi». Un atteggiamento che alimenta, per converso, una pseudo scienza che non ammette la medesima codificazione e vede complotti da ogni parte. «Assistiamo», ammette Tipaldo, «a una reazione violenta a tutto ciò che è autorità costituita». Uno sguardo rivoluzionario potrebbe guardare con favore a questa crisi delle élite, anche se ciò che pare mancare, a differenza di altri periodi storici di potenziale rivolta, è l’affacciarsi di un pensiero forte di emancipazione. Oggi, invece, sembra di assistere alla rivolta per la rivolta in varie forme.

Questa non disconoscenza della legittimità di alcune istituzioni, del sapere scientifico in particolare, e di critica radicale e confusa agli esperti, Tipaldo, in un prossimo libro in uscita per i tipi de Il Mulino (La società della pseudoscienza), l’ha voluta condensare nell’espressione «sindrome Nimbo (Not In My Body)».

La ghigliottina dimezzata
Si può legittimamente pensare che l’atteggiamento a la Burioni non giovi alle ragioni della scienza, così come credere che non sarà dando degli ignoranti agli ignoranti che la situazione migliorerà. Ma rimane un problema di fondo: questa messa in discussione di tutto ciò che si ritiene istituzionale, unito ad alcune dinamiche tipiche del dibattito social, produce una società incapace di confrontarsi e di dibattere. Da un lato perché non c’è più il riconoscimento di un terreno comune che ammette l’onestà intellettuale come bussola da cui partire per discutere: se tutto è opinabile ognuno si fa la propria posizione individuale e ogni cosa detta è legittima. Dall’altro lato la dinamica social tende a polarizzare le opinioni e a dividere in più o meno micro gruppi con affinità di opinioni chiusi rispetto a gruppi con altre opinioni. Lo scenario è quello di un contesto sociale frammentato incapace di produrre visioni collettive e anche conflitto, perché quest’ultimo esiste se c’è riconoscimento reciproco. Altrimenti è rivolta impazzita senza prospettiva.

Anche la categoria rivoluzione ogni qual volta il basso critica l’alto andrebbe usata con cautela. La rivoluzione francese mise in discussione tutte le istituzioni dell’epoca, ghigliottinò l’élite di allora che non godevano più della fiducia popolare. La presa della Bastiglia fu preceduta da un secolo di illuminismo e, accanto alle lame affilate delle ghigliottine, le pagine dell’enciclopedia sono il simbolo di quella stagione. Oggi una rivolta di sole simboliche ghigliottine senza l’enciclopedia che rivoluzione è?

Ogni riferimento a persone e idee è voluto. I contenuti di questo articolo traggono esplicita ispirazione dall’intervento di Giuseppe Tipaldo all’incontro di Politix “Costruire la narrazione politica” di venerdì 16 novembre 2018. La ricostruzione, la cornice di senso, le opinioni di fondo sono responsabilità di chi ha curato l’articolo.
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