La sovranità politica – Frammento #3 Popolo, flussi, istituzioni residenti

«La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». È la dichiarazione d’intenti che apre la Carta che regola il nostro vivere in società. Insieme alla «Repubblica democratica, fondata sul lavoro» compone l’articolo 1, il biglietto da visita della nostra identità politica nazionale.

L’aggettivo “nazionale” non è superfluo perché storicamente fin ad ora abbiamo saputo organizzare le democrazie prevalentemente entro i confini e i limiti dello Stato nazione. L’Unione Europea, progetto incompiuto, non è stata ancora in grado di replicare l’organizzazione di una democrazia popolare a livello sovranazionale.

L’idea di sovranità popolare l’abbiamo data per scontata dopo la sua riaffermazione nel secondo dopoguerra. È un concetto relativamente giovane, si affaccia con l’Illuminismo, la Rivoluzione Francese. Il popolo si conquista la facoltà di governarsi, il potere di esercitare la sovranità, prerogativa fino a quel momento dei Re, denominati “sovrani” non a caso. La legittimazione divina e la forza bellica erano la coppia che determinava la stagione delle monarchie. L’affermazione democratica, la sovranità che deve appartenere al popolo, è la cesura storica che determina il passaggio all’età della modernità politica.

Il principio, la sua declamazione, sono divenute senso comune. Il nodo problematico è il passaggio dall’affermazione del principio alla sua realizzazione, è l’idea che si fa organizzazione. Sono le «forme» e i «limiti» che raccontano cosa è la sovranità e come il popolo esercita il suo potere.

Sovraccarico istituzionale
Gli Stati, anche prima di diventare democratici, esercitano la sovranità all’interno dei propri confini attraverso tre facoltà: l’emissione di moneta, la riscossione delle tasse, il monopolio della violenza. Soldi e potere di controllo. Ci pensavano i Re e la sua corte prima, ci hanno pensato i Parlamenti eletti dopo.

Il grado di salute e il livello di consenso delle istituzioni di norma si misura nella capacità di fornire efficaci risposte ai bisogni sociali. Se le richieste che provengono dalla società vengono soddisfatte le istituzioni ottengono legittimazione e fiducia. Quando invece danno la sensazione di non essere in grado di soddisfare i bisogni vengono messe in discussione.

La crisi delle nostre democrazie potrebbe essere raccontata così, come una crisi di sovraccarico: si moltiplicano le richieste della popolazione a cui lo Stato non riesce a dare risposta. Di chi è la colpa? Dei politici? Della corruzione? Di un pubblico inefficiente e inadeguato?

Quale potere?
La sensazione è quella di essere davanti a un problema strutturale: qual’è davvero il potere in mano alle istituzioni democratiche? Se ci pensiamo oggi, in Europa, delle facoltà che hanno contraddistinto gli Stati solo una è ancora strettamente nella mani del potere sovrano nazionale eletto democraticamente dal popolo: il monopolio della violenza. La moneta, delegata all’autonomia della Banca Centrale Europea, non risponde più direttamente alla sovranità popolare. Le tasse, ancora formalmente competenza degli Stati, sono in realtà un mezzo spuntato: potente e pieno con i cittadini residenti e i “piccoli”, impotente e a metà con i “grandi”: i capitali e le imprese multinazionali che possono scegliere dove e se pagare le tasse.

Se le leve principali di una politica economica, quelle che permettono a un governo di definire la distribuzione della ricchezza nel proprio paese, garantire investimenti pubblici e organizzare i servizi essenziali e non, non sono in piena disponibilità dei rappresentanti eletti dal popolo, dove sta la sovranità? In quali forme e in quali limiti il popolo la può esercitare?

La sfida è sotto gli occhi di tutti, la divaricazione tra il potere formalmente in mano agli organismi europei e la loro non completa legittimazione democratica sta alimentando conflitti in tutti gli Stati membri. Siamo pronti e siamo in grado di organizzare la democrazia oltre gli Stati nazione?

Reti in città
La globalizzazione dei flussi economici, la loro mobilità, ha reso evidenti i limiti di una sovranità politica “statica”, ancorata ai territori e residenziale, che non ha gli strumenti, o non è in grado, di governare ii flussi come faceva in precedenza. C’è, come ha raccontato Luciano Gallino nei suoi studi sul finazcapitalismo, un elemento di dolo da parte della politica stessa. L’elenco delle leggi approvate tra gli anni Ottanta e Novanta sono un lungo rosario di porte aperte alla libertà dei mercati e paletti, lacci e lacciuoli, all’iniziativa pubblica.

Al di là di una gestione privatistica della cosa pubblica e di una classe politica non esente da responsabilità, il mutamento della natura del capitalismo, la transizione dalla dimensione industriale a quella finanziaria, ha determinato un cambiamento profondo delle regole del gioco. La nuova fase ha comportato un’esplosione di un’economia dei flussi e la strutturazione di relazioni nuove rispetto al radicamento della fabbrica e la sua residenzialità.

Le città, da questo punto di vista, sono il buco della serratura più interessante da cui osservare questi fenomeni. I contesti urbani sono sempre stati luoghi di connessioni, nodi di reti, ma con le nuove forme di organizzazione hanno assunto ruoli da città Stato più rilevanti che in precedenza. Le città possono, in certi casi, prescindere dal contesto nazionale in cui operano. La loro è una sovranità che si esercita e si misura su spazi sovranazionali, sono dentro reti che si strutturano oltre e fra le istituzioni politiche organizzate per base territoriale e con poteri locali.

Con un po’ di paradosso abbiamo assistito da inizio degli anni Novanta al diffondersi di una retorica che chiedeva alle istituzioni la prossimità, la maggiore vicinanza ai cittadini, la strutturazione di una sussidiarietà dei poteri. Abbiamo assistito invece a un processo inverso dii progressivo allontanamento dei poteri (economici e politici) dai cittadini.

Le città stanno a metà tra la polarizzazione globale-locale, vivono con contraddizione le due dimensioni e cercano spazio nell’intreccio di reti. Si propongono e sono luoghi di relazione e di flussi organizzati. Se c’è una scala dove provare a immaginare nuove forme di sovranità, una democrazia oltre i confini degli Stati, è nell’osservare il ruolo che le città stanno assumendo nelle geografie politiche mondiali.

Una questione di società
Conoscere per deliberare. É uno degli assunti principali del pensiero democratico. In un’era di complessità ma di inedite opportunità, si aprono nuove strade per la conoscenza dei processi sociali. Le attuali tecnologie, la mole impressionante di dati a disposizione, permettono oggi di capire, per esempio, i flussi in entrata e in uscita in un territorio. Si è in grado di mapparli, comprenderli e governali. A patto che si sia pronti a una modifica dell’approccio alla gestione dei problemi. L’idea del potere esterno, al di sopra delle parti, che norma e governa non è più dentro lo spirito dei tempi. Governare dei flussi in un contesto di reti, non è come governare fattori residenziali delimitati da confini. Nel primo caso occorre comprendere che una volta entrati nei flussi che s’intende domare, si diventa immediatamente parte di essi. Non ci si comporta come l’attore che comanda ma si è uno degli attori in gioco che, al pari di altri, contribuisce con i suoi comportamenti e le sue scelte all’andamento dei flussi. Le reti sono restie alla dimensione gerarchica e unidirezionale.

Nonostante ciò la politica deve recuperare la consapevolezza che i contesti in cui opera non sono dati una volta per tutti, non si tratta di studiare leggi fisiche immutabili che possiamo solo osservare e descrivere. Gli uomini e le donne in società posseggono la libertà e la responsabilità di organizzarsi come credono. In un contesto sociale, come lo sono i rapporti economici e politici, non c’è nulla che segue leggi di natura. Il mercato, per esempio, è un’istituzione sociale. La sua regolazione è in piena disponibilità degli uomini e delle donne. Andrebbe ricordato con più frequenza, molti dei nodi intorno al tema della sovranità hanno a che fare con il mercato e il rapporto che la politica instaura con esso.

Ogni riferimento a persone e idee è voluto. I contenuti di questo articolo traggono esplicita ispirazione dall’intervento di Roberto Cavallo Perin e Andrea Giorgis all’incontro di Politix “Ritrovare la sovranità politica”  di venerdì 30 novembre 2018. La ricostruzione, la cornice di senso, le opinioni di fondo sono responsabilità di chi ha curato l’articolo.
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